Mercato ovicaprino: trend, consumi e bilancia commerciale. Facciamo il punto

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Beef Connection’ – La rubrica di Assunta Susanna Bramante, Agronomo e Ph.D in Produzioni Animali, Sanità e Igiene degli Alimenti. In questo articolo, la crisi del mercato ovicaprino. Ma come aiutare la ripresa?

di Assunta Susanna Bramante*

L’agnello è un grande classico che non può mancare sulla tavola italiana. Eppure, quello ovicaprino è un mercato che fatica a risalire la china della crisi. Da un lato, come molte carni, risente del calo dei consumi delle famiglie. Dall’altro, l’intero settore soffre la competizione con il comparto cerealicolo che, ormai da anni, determina il progressivo abbandono dei pascoli in favore della coltivazione di grano duro nel centro-sud. Positivo, invece, è il mercato del latte e dei formaggi ovini, grazie alla produzione di Pecorino destinato all’export negli Usa, che registra un buon andamento.

Tendenza mercato estero, il punto della situazione

Nel 2017 l’export del mercato ovicaprino in Europa registra un incremento del 25%. Questo grazie ad un aumento delle esportazioni verso Emirati Arabi (dove l’anno scorso l’Italia ha inviato per la prima volta importanti volumi), Israele e Libia, anche se a livello mondiale il principale importatore resta la Cina (+18%).

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Anche le importazioni di carni ovicaprine in Europa sono diminuite. Specie dalla Nuova Zelanda (-7%), che ha ridotto notevolmente gli invii nel Regno Unito non solo a causa della svalutazione della sterlina, ma soprattutto per la maggiore produzione interna che si è registrata nel paese (+2,4%). Produzione che, insieme alla crescita delle mandrie in Romania (+35%), ha determinato un’espansione del numero di capi in Europa del 3,7% (89 milioni).

Prezzi

E’ stato registrato un lieve rialzo dei prezzi medi europei per l’agnello leggero, raggiungendo un valore di 6,17 € per Kg di peso carcassa, mentre l’agnello pesante, che caratterizza soprattutto i mercati del Nord Europa, ha evidenziato una buona tenuta.

L’Italia

Nel nostro Paese la situazione non è rosea. Rappresentando solo il 4% della produzione europea, l’Italia dovrebbe registrare per la fine del 2017 una flessione delle produzioni del 1,4%, cui si aggiungeranno minori importazioni di carni e di capi vivi, per compensare il calo dei consumi che, secondo gli analisti, non sono aumentati in modo considerevole nemmeno in vista delle feste natalizie.

Come rilanciare il settore?

Per rilanciare il settore sarà fondamentale focalizzarsi sui punti di forza, come l’importante rilevanza sociale e ambientale dell’attività di allevamento nelle aree marginali e svantaggiate, la presenza di numerosi prodotti tipici, per cui vi è un elevato know-how di tradizioni e tecniche casearie, tutelati da marchi di qualità (14 Dop per i formaggi e 3 Igp per le carni). Fare leva inoltre sulle opportunità, come la crescente attenzione del consumatore verso le produzioni di origine legate al territorio di produzione, le potenzialità del mercato per prodotti ad alta specificità come il latte caprino (ad esempio per le intolleranze al lattosio) e l’espansione della domanda internazionale di formaggi nei paesi “nuovi consumatori” come la Cina. E, in ultimo, anche noi consumatori possiamo fare la nostra parte: portare in tavola questi meravigliosi prodotti quotidianamente, non solo durante le feste, dando così il giusto valore alle produzioni autoctone di alta qualità.

*Assunta Susanna Bramante ha lavorato in Italia e all’estero come ricercatrice. Sostiene la Dieta Mediterranea e il mangiar bene. Vive in Inghilterra e ha un blog: GenBioAgroNutrition. Per Saperefood scrive articoli divulgativi sulle scienze alimentari.

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