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I falsi miti sul cibo che resistono da decenni

09/02/2026

I falsi miti sul cibo che resistono da decenni

C’è una caratteristica curiosa nel modo in cui parliamo di cibo: molte convinzioni sembrano attraversare il tempo senza invecchiare mai. Cambiano i prodotti sugli scaffali, cambiano le tecnologie di produzione, cambiano le mode alimentari, ma alcune idee restano lì, immobili. Vengono ripetute a tavola, in televisione, sui social, spesso senza cattiveria, più per abitudine che per convinzione profonda. Il problema è che, a forza di essere ripetute, finiscono per sembrare vere.

Uno dei nodi centrali del rapporto moderno con il cibo è proprio questo: non la mancanza di informazioni, ma l’eccesso di narrazioni semplificate, tramandate per anni, a volte per generazioni. Smontarle non significa sostituirle con nuove certezze assolute, ma rimetterle nel loro contesto.

Il mito dei cibi “buoni” e dei cibi “cattivi”

È probabilmente la distinzione più radicata. Alcuni alimenti vengono automaticamente associati a un’idea di virtù, altri a una colpa. Verdure contro dolci, integrale contro raffinato, “naturale” contro “industriale”.
Questa classificazione rassicura perché semplifica: basta scegliere il lato giusto.

Nella realtà, però, il valore di un alimento dipende dal contesto, dalle quantità, dalla frequenza, dal resto della dieta e persino dalla persona che lo consuma. Un cibo isolato non dice molto. È l’insieme che conta, ed è proprio l’insieme che viene spesso ignorato quando si riduce tutto a una lista di permessi e divieti.

“Fa male” o “fa bene”: quando il linguaggio inganna

Un altro mito resistente è l’idea che un singolo alimento possa avere un effetto diretto e immediato sulla salute, come se fosse un interruttore.
Mangiare questo fa male. Evitare quello fa bene. Inserire quell’altro migliora la dieta.

Questo tipo di linguaggio funziona benissimo nella comunicazione rapida, ma non descrive come funziona davvero l’alimentazione. Gli effetti del cibo sono cumulativi, graduali, spesso indiretti. Dipendono dallo stile di vita, dal livello di attività fisica, dal sonno, dallo stress. Ridurre tutto a una relazione di causa-effetto immediata crea aspettative irrealistiche e, alla lunga, frustrazione.

Il mito della “volontà” come soluzione universale

Per anni si è raccontato che mangiare bene fosse soprattutto una questione di forza di volontà. Se sbagli, è perché non ti impegni abbastanza.
Questa narrazione ha avuto successo perché è semplice e moraleggiante. Ma ignora un fatto evidente: mangiare è un comportamento, non una decisione isolata.

Le scelte alimentari sono influenzate dall’ambiente, dagli orari, dalla disponibilità dei cibi, dalle abitudini familiari, dal contesto sociale. Pensare che basti “volerlo” per mangiare meglio significa trascurare tutto ciò che accade prima del momento in cui ci sediamo a tavola.

Il mito del “come una volta”

C’è poi una convinzione nostalgica che ritorna spesso: una volta si mangiava meglio.
È vero che molti alimenti sono cambiati, così come i ritmi di vita e le filiere produttive. Ma idealizzare il passato rischia di essere un’altra semplificazione. Le diete di qualche decennio fa erano diverse, ma non automaticamente più equilibrate. Mancavano alcune eccessive lavorazioni, è vero, ma c’erano anche meno informazioni, meno varietà, meno possibilità di scelta.

Il confronto utile non è tra ieri e oggi in senso assoluto, ma tra ciò che funziona e ciò che no, indipendentemente dall’epoca.

Il mito delle soluzioni definitive

Ogni stagione alimentare sembra portare con sé una promessa implicita: finalmente abbiamo capito come mangiare.
Che si tratti di eliminare un gruppo alimentare, di introdurre un super ingrediente o di seguire un modello rigido, l’idea è sempre la stessa: esiste una soluzione stabile.

In realtà, il rapporto con il cibo è dinamico. Cambia con l’età, con il lavoro, con le abitudini, con la salute. Cercare una formula definitiva spesso porta a continui abbandoni e ripartenze, alimentando proprio quella confusione che si vorrebbe evitare.

Perché questi miti sopravvivono

La longevità dei falsi miti alimentari non è casuale. Funzionano perché:

  • semplificano un tema complesso
  • offrono regole chiare in un contesto incerto
  • riducono l’ansia decisionale
  • si trasmettono facilmente

In un mondo in cui il cibo è ovunque, parlarne in modo riduttivo diventa una scorciatoia. Il problema è che le scorciatoie, nel lungo periodo, raramente portano lontano.

Rimettere il cibo al centro, senza illusioni

Smontare i falsi miti non significa sostituirli con nuove verità assolute. Significa accettare una certa complessità, rinunciare alle risposte facili, osservare il cibo per quello che è: un elemento quotidiano, influenzato da fattori culturali, economici, sociali e personali.

Forse il punto non è chiedersi quale alimento fa bene o fa male, ma che tipo di relazione stiamo costruendo con ciò che mangiamo. Ed è proprio lì, in quella relazione spesso data per scontata, che si annidano molte delle convinzioni che continuiamo a ripetere da decenni.