Nuova etichetta per la pasta, il no dell’Aidepi. Ecco le ragioni

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L’associazione dei pastai italiani spiega in un documeto perché è contraria alla riforma introdotta dal Governo

di Redazione

Origine del grano sui pacchi di pasta, i trasformatori non ci stanno. Con i decreti interministeriali sull’etichetta di pasta e riso, annunciati nel 2017 ma appena entrati in vigore, si è evidenziato  con sempre maggiore chiarezza lo scontro tra i due sistemi economici che governano il settore agroalimentare italiano: industria e produzione agricola-artigianale. Ad ottobre scorso, poco dopo la firma dei decreti, l’Aidepi – Associazione delle Industrie dei Dolci e della Pasta, aveva già avanzato un ricorso al Tar del Lazio puntando il dito contro una riforma ritenuta “sbagliata, che promette trasparenza ma disorienta il consumatore, rischiando di affossare un’economia invece di sostenerla” .

Le ragioni dell’Aidepi sono state concentrate in un documento articolato in 7 punti, che sintetizziamo:

  1. L’associazione sottolinea che il decreto è stato formulato senza tener conto di tutti gli attori della filiera e in contrasto con le regole europee. Queste, precisa, prevedono prima la notifica alla Commissione e poi un intervallo di 90 giorni per la risposta. In linea con queste norme la pubblicazione può avvenire solo in caso di risposta positiva;
  2. E’ l’Europa, dice Aidepi, che deve fornire una normativa valida per tutti, non il Governo italiano. I pastai operano infatti in un mercato globale e l’autorità preposta a legiferare in materia è l’Unione europea. Dunque l’associazione non condivide l’imposizione di obblighi che gli altri competitor internazionali non sono tenuti a rispettare;
  3. Sottolineano inoltre che il provvedimento non vale per tutta la pasta e che la nuova etichetta non verrà applicata alla pasta di grano duro Igp (come ad esempio quella di Gragnano), a tutta la pasta fresca, a quella senza glutine (di riso, mais, soia, segale), alla pasta biologica (che si attiene a un altro regolamento), a quella di farro, ai Pizzoccheri. “Verranno esclusi 2 piatti di pasta su 10, che potrebbero essere etichettati con diciture di qualunque tipo”;
  4. Per Aidepi l’origine del grano non è sinonimo di qualità: “Tutti vogliono mangiare una pasta di qualità e sicura, ma nel caso della pasta l’origine di grano e semola non è un indicatore né di qualità né di sicurezza. Il grano è un prodotto agricolo e la sua qualità varia di anno in anno. In Italia solo il 60% del grano duro è di qualità buona o eccellente, il resto è ai limiti o al di sotto della legge di purezza che, da 50 anni, fissa parametri che garantiscono la qualità della pasta nel piatto, a  prescindere da cosa può succedere nel campo di grano”;
  5. Criticato inoltre il modo in cui viene raccontato e promosso il decreto, “lasciando intendere che il grano italiano è sempre e comunque migliore di quello estero”. Un’assoluta falsità, per Aidepi, che dichiara di acquistare tutto il grano duro dai coltivatori italiani ma che, non essendo sufficiente a coprire il fabbisogno e non sempre della qualità necessaria, deve acquistarlo anche dall’estero. Non risparmia poi una stoccata a Coldiretti, accusata di aver portato avanti una “campagna diffamatoria” nei confronti del grano estero, dichiarandolo “tossico” o “contaminato” senza alcuna prova a sostegno di questa tesi. I pastai dichiarano inoltre di importare solo grano duro di elevata qualità, sostenendo costi del 15-20% in più di quello nazionale;
  6. Le nuove norme rischiano di far perdere all’Italia il suo primato nella pasta entro 10 anni: “Secondo elaborazioni del centro studi Aidepi, la nuova etichetta e i suoi costi di applicazione genereranno  una distorsione del mercato, con l’effetto immediato di un probabile aumento in media del 20% dei costi di produzione per le aziende.  Troppo alti per un prodotto a bassa marginalità come la pasta”. In sostanza, dicono, il provvedimento agirà come una nuova tassa che metterà i pastai in svantaggio sul piano della concorrenza, cedendo il passo a nuovi player come Turchie ed Egitto che crescono nonostante la bassa qualità del loro prodotto. “Quanto basta per farci perdere entro i prossimi 10 anni la leadership del mercato della pasta, che conserviamo da  oltre due secoli”;
  7. Infine, il decreto rischierebbe di essere cancellato prima ancora di diventare operativo. Molto probabilmente, si dice, sarà superato dai nuovi provvedimenti esecutivi della Commissione Ue sulla piena attuazione del Regolamento 1169/2014 (“Etichette trasparenti”) che regolerà anche l’indicazione dell’origine delle materie prime. Secondo Aidepi “dovremo abbandonare il percorso imposto dalla legge italiana e intraprendere un doppio cambio di sistema di etichettatura in pochi mesi, con un altro, evidente, aggravio dei costi”.

Insomma, per i pastai con questo decreto si spingono gli italiani a comprare solo pasta di produzione nazionale, per altro non sempre di migliore qualità rispetto a quella estera, con effetti negativi sui consumi e sull’intera economia del Made in Italy.

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