Per non pagare i sacchetti compriamo il fresco confezionato. Spendendo di più

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Secondo recenti studi, dopo l’introduzione della “tassa” sulle shopper gli italiani hanno acquistato molti più prodotti imballati, spendendo +0,25 euro al chilo per frutta e +0,50 per verdura. Più dei sacchetti (2-10 cent).  

di Filippo Benedetti Valentini

Cosa è successo a meno di un anno dall’introduzione dei sacchetti a pagamento? Com’è cambiato il carrello della spesa degli italiani? Queste domande sono al centro di uno studio sui consumi elaborato da Ismea con Nielsen. L’indagine, effettuata su un campione di 9 mila famiglie che fanno parte del panel sui consumi domestici, si è concentrata in particolare sugli acquisti di ortofrutta, settore in cui è più frequente l’utilizzo delle cosiddette “bio shopper”.

Rimbalzata per settimane sui social, la tanto criticata “tassa” sui sacchetti della spesa era stata introdotta l’anno scorso con la legge 123. Entrata in vigore il 1 gennaio 2018, era stata promossa dal Governo per recepire una direttiva europea in tema di materiali di imballaggio. L’Ue, infatti, aveva fissato dei precisi obiettivi per la riduzione dei sacchetti non biodegradabili, lasciando però liberi gli stati membri di ricorrere a “strumenti economici” per indurre i consumatori a scelte sostenibili. Da qui, la decisione dell’Italia di far pagare al consumatore un costo extra per il sacchetto in plastica.

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Ebbene, secondo i dati emersi dallo studio Ismea, riferito al primo trimestre del 2018, si è registra una diminuzione degli acquisti complessivi di frutta e verdura sfuse (-3,5% in volume, -7,8% in spesa) e, al tempo stesso, un’impennata senza precedenti degli acquisti di “fresco confezionato” (+11% in volume e +6,5% la spesa). Un cambiamento non solo in termini di abitudini, ma anche di spesa. A parità di prodotto, infatti, “i confezionati” costano in media il 43% in più degli “sfusi” (con qualche eccezione, viene precisato: agrumi e patate, ad esempio, costano tra il 2 e il 6% in più nello sfuso, ma i pomodori confezionati arrivano a costare addirittura il 70% in più).

I numeri

Naturalmente, per avere un’idea certa sui cambiamenti effettivi dei consumi bisognerà aspettare i dati dei prossimi mesi. Anche perché i numeri, sottolinea Ismea, pur evidenziando una reazione dei consumatori, frutto di un tam tam sui social network, parte del processo di sostituzione era di per sé già in atto. Ad ogni modo, nell’ultimo anno la spesa per la frutta fresca sfusa è diminuita del 5,7%, mentre per la confezionata è aumentata di oltre l’11% (il costo medio della frutta in vaschetta è del 25% in più). Meno 12% per gli ortaggi freschi sfusi a fronte di un aumento del 7,7% per quelli confezionati (il costo di questi ultimi è mediamente più caro del 30%). I dati specifici nelle tabelle qui sotto:

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Insomma, da uno sguardo ai numeri, sembrerebbe che gli italiani nei primi mesi del 2018, a fronte di un costo di 2-10 centesimi a sacchetto, abbiano speso fino a 0,25 euro in più per ogni chilo di frutta e 0,50 per la verdura. A quanto pare l’atto di protesta contro l’odioso balzello imposto dal Governo si è consumato con un ulteriore aumento. Stavolta auto-inflitto dal consumatore.

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